A tu per tu con MATTEO

EssereUmani non basta,
è necessario restare umani in modo consapevole

Presentati, descriviti in quattro parole
Sono Matteo, ho studiato psicologia criminale e dopo la laurea mi sono specializzato in mediazione sociale e criminologica. Ho sempre vissuto a Torino ma ho anche  viaggiato molto, fin da quando ero bambino.
Dovessi definirmi in poche parole direi che sono un “esploratore di mondi possibili”.
 
Dove svolgi il tuo servizio EU? cosa fai? 
Sono tra i fondatori di EssereUmani e oggi sono responsabile dei progetti dell’ambito “carcere”, in particolare di quelli all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni di Torino.
Seguo inoltre i percorsi nelle scuole secondarie sulla mediazione e la gestione dei conflitti come strumento di prevenzione (MediaMente Bullo) e quelli sulla legalità che stimolano alla riflessione sull’utilità della pena detentiva (EduCarcere). Coordino infine i progetti di contrasto all’abbandono e alla dispersione scolastica, come il “Provaci Ancora, Sam!”.
Fin da subito, inoltre, mi sono occupato della ricerca fondi, in particolare attraverso lo strumento della progettazione sociale: dalla ricerca bandi alla compilazione dei formulari per potervi partecipare.
 
Come vedi la de-umanizzazione nell’ambito in cui lavori / operi? E come ritieni di poter dare il tuo personale e concreto contributo nell’invertire la rotta? 
Quando una persona viene presa e messa in una stanza per mesi o anni, isolandola dal resto della società, si sta andando contro la natura dell’essere umano. Ed è sufficiente questo per parlare di disumanizzazione, non c’è bisogno di aggiungere altro, anche se si potrebbe, eccome.
Il carcere è una struttura che disumanizza per sua natura, per questo motivo cerchiamo di portare un po’ di umanità negli istituti penali in cui lavoriamo e parallelamente cerchiamo da far riflettere su questo gli studenti che vengono a trovarci all’ex-carcere, dove abbiamo la nostra sede, invitandoli a non fermarsi di fronte alla banalizzazione “carcere=sicurezza”, perché bastano pochi dati per smentirla e per capire che invece è vero il contrario.
Il carcere non è però l’unico ambiente del mio lavoro in cui vedo disumanizzazione: la vedo anche nell’alunno che viene ridotto a un voto; nell’adolescente che prende in giro quotidianamente il compagno di classe più debole; nella stessa vittima che smette di credere in se stessa: anche lei, in questo modo, si sta disumanizzando.
 
Lascia un messaggio di speranza ad un ipotetico ragazzino che si affacci nella situazione in cui tu ti trovi ad operare – o al tuo ‘bambino interiore’ ! 
Se ti trovi davanti ad una persona diversa da te, per età, idee, ceto sociale, abitudini, provenienza, gusti personali o quant’altro… non ti fermare lì, ma guarda meglio. Cerca le cose che avete in comune, non quelle che vi distinguono. A volte non è neanche troppo difficile riuscirci.

Redazione Stay Human